IL PUNTO n. 1047 del 22 maggio 2026
di MARCO
ZACCHERA
Per
scrivermi o contattarmi: marco.zacchera@libero.it
Numeri
arretrati sul mio sito www.marcozacchera.it
INSISTERE IN EUROPA
L’Europa ha
per ora detto “ni” alla richiesta italiana di poter considerare l’incremento
delle spese energetiche (non certo da noi causate o volute) al di fuori dei
calcoli del patto di stabilità come invece avviene per le spese per la difesa,
per volontà soprattutto della Germania. Trattative in corso, ma credo che la Meloni e Giorgetti debbano
insistere e non mollare perché è ora di una reazione italiana più forte ed
adeguata a queste assurde posizioni di Bruxelles, prendendo giustamente esempio
da questa insensibilità per risparmiare allora una parte delle nuove spese
militari che ci impone l’Europa destinandole invece ad impegni sociali. Di
sicuro non bastano più (vedi più oltre) le aride – oltre che contraddittorie -
parole di Draghi.
UN GRAZIE A BUTTAFUOCO
Fuori da
ogni polemica credo che si debba tutti un “grazie” a Pietrangelo Buttafuoco,
presidente della Fondazione della Biennale di Venezia, per il suo coraggio, la
trasparenza, lucidità ed indipendenza di pensiero. Coerente con suoi principi
(ecco, finalmente, cosa può esprimere una cultura di Destra!) ha saputo cogliere
la differenza tra cultura e politica, tra le responsabilità di un leader come Putin e l’attività
artistica russa che da sempre lega Venezia con l’Est europeo e contro le
censure (assurde) imposte dai vertici UE a suon di ricatti, anche economici.
Pochi sanno infatti che l’Europa ha tagliato il contributo di 2 milioni di euro
alla “Biennale” per aver lasciato aprire per alcuni giorni il padiglione russo,
dimenticando che l’immobile è di proprietà russa fin dal 1914 (!!). Buttafuoco
da sempre è un uomo libero e fuori dagli schemi, non ha mai rinunciato ai
propri principi, provoca (culturalmente) e stupisce, ma alla fine fa
riflettere, arricchendo il lettore (o l’ascoltatore) senza preconcetti.
VANNACCI: ARRIVANO I FALCHI (E LE QUAGLIE)
Non c’è
dubbio che il movimento di Vannacci
possa raccogliere consensi, ma quando cominciano ad aggregarsi
disinteressati personaggi come l’on.le Laura
Ravetto se fossi il generale comincerei a preoccuparmi
conoscendo l’abilità della illustre ex collega al “salto della quaglia”,
soprattutto in periodi pre-elettorali come puntualmente verificatosi anche in
questo caso.
EMARGINAZIONE, MEDIA E VIOLENZA
Sembra che
in Italia ci vogliano episodi gravi come quello di Modena per parlare di
emarginazione e purtroppo facendolo da due sponde opposte, antitetiche, ma
spesso entrambe fuori dalla serietà, come dimostrato dalla reazione dei media e
della politica.
Da una
parte si vuole troppo spesso minimizzare il fenomeno togliendogli qualsiasi
connotato religioso o etnico-razziale e - buttandola sul politicamente corretto
- si insiste sul “no al razzismo”, dall’altra c’è chi generalizza i fatti per
sfruttarli spesso a fini politico-elettorali.
Il disagio
giovanile è sempre più evidente soprattutto nelle periferie delle grandi città,
il fenomeno dei “maranza” è sempre più esplosivo e coinvolge di più immigrati o
i loro figli perché chi per qualche motivo è ai margini tenta sempre di
identificarsi nel “branco” e di ritagliarsi una propria identità legandosi ai
propri simili.
Poiché spesso
è forte il disagio dei giovani immigrati o figli di immigrati che non riescono
(o non vogliono) inserirsi in un circuito sociale, è proprio tra loro che
crescono e si auto-alimentano più spesso spazi di violenza, bullismo e rifiuto
di integrazione.
Di fatto il
disagio giovanile - che spesso è già forte del suo - aumenta di complessità e
di carica aggressiva ed “antagonista” nel momento in cui il gruppo si
radicalizza mettendo alla base della propria esistenza le proprie diversità che
vanno (questo aspetto va ammesso perchè è assolutamente vero) dalle radici
etniche specifiche a connotati pseudo-religiosi o linguistici, ma comunque
sublimando una diversità che a volte diventa il vero e unico collante del
gruppo perché ne è la autogiustificazione psicologica.
Di qui le
mini-gang e le mafie tribali, quelle che spesso diventano il primo passo verso
la criminalità per giovanissimi e che poi sono alla base delle violenze di
gruppo, come per esempio è successo a Taranto nei giorni scorsi (dove gli
aggessori erano italiani).
Aspetti e
conseguenze spesso minimizzate, buonismi eccessivi che considerano marginali
queste situazioni che tendono invece a moltiplicarsi laddove vi siano diffusi
problemi economici o manca il lavoro o comunque non c’è integrazione.
In alcuni
paesi europei – si pensi alla Francia – questo aspetto sta portando a tensioni
gravissime ed a violenze (e reazioni) che si auto-alimentano dai numeri del
disagio sempre crescenti, legati ad una immigrazione incontrollata, ad una
reciproca diffidenza etnica, alla mancanza di lavoro o più in generale ad una
acuta insofferenza per tutto ciò che sa di potere costituito, di Stato, di
regole.
Una
situazione che a volte è già sfociata nella violenza collettiva e nei disordini
di piazza e che in Italia è (per ora) spesso solo latente perché i numeri sono
ancora inferiori, ma già in molte città di intravedono tutte le caratteristiche
che, per esempio, hanno trasformato la banlieue parigina in una zona ad alto
rischio, creando addirittura micro-stati etnici che di fatto prendono il posto
dello Stato.
Chi non si
sente integrato è insoddisfatto e spesso proprio per questo è portato ad avere
profonde carenze psicologiche e disagi particolarmente gravi, una
insoddisfazione che tende anche ad auto-giustificare ogni proprio atto contro
il “sistema” in una auto-affermazione di esistenza, come probabilmente è stato
l’episodio di Modena. In generale una tematica pericolosa, nascosta ma
crescente su cui si innestano poi a volte ben più gravi episodi di violenza,
spaccio e controllo di territorio con ogni mezzo, di solito illegale.
Non basta
insomma parlare di uno squilibrato come nel caso modenese, ma cercare di capire
le motivazioni per cui si creano queste situazioni che portano poi a scelte
assurde, spesso in un contesto degradato e dove possono più facilmente crescere
e radicalizzarsi, con il rischio sempre più concreto di episodi di violenza
incontrollata.
L’EUROPA DI DRAGHI
Mario
Draghi ha ricevuto il premio “Carlo Magno” che, accompagnato da un contributo di un
milione di euro, è forse il più prestigioso riconoscimento europeo
“per la sua vita spesa per l’Europa”.
Complimenti
al professore e - visto che Draghi gode sempre di buona stampa e perenni
applausi - felicitazioni ed auguri. Credo di essere stato uno dei pochi che si
siano letti integralmente il suo discorso, simile a quelli di tanti governatori
di banche centrali che sanno sempre tutto e spiegano (agli altri) cosa sia
meglio per il bene comune, ma soprattutto visto dal punto di vista dei
banchieri.
Nessuno
vuol mettere in dubbio la competenza economica di Draghi, ma è legittimo avere
qualche dubbio sugli aspetti politici del suo intervento.
Sottolineata
la “solitudine” europea e che da oltre Atlantico è difficile tornino cappelli
difensivi, per Draghi è necessario superare il concetto dell’unanimità
decisionale perché i tempi sono maturi per arrivare a decisioni più veloci nei
momenti di crisi, senza necessariamente avere l’unanimità perché le azioni “Non
possono più essere contenute dentro il quadro istituzionale che abbiamo
ereditato”. In altre parole Germania e soci del nord possano comandare per
tutti.
Inoltre,
per Draghi, si deve assolutamente sostenere di più la domanda interna come
mercato europeo, non illudersi sugli alleati e soprattutto pensare a difendersi.
Draghi ha
sorvolato sul fatto che buona parte degli europei non può certo sostenere la
domanda interna perché ha difficoltà ad arrivare a fine mese e ha puntato tutto
sulla necessità di nuovi investimenti tecnologici.
In
quest’ottica, per esempio, un aumento sostanzioso delle spese militari è un
gran bene perché fa ripartire l’economia (la Germania applaude), così come deve
proseguire senza sosta la ricerca di energie alternative agli idrocarburi.
Molto scettico sull’America (senza peraltro mai citare Trump) e con la Cina che
in buona sostanza produce beni concorrenziali a basso costo e “che sta
sostenendo direttamente il nostro avversario, la Russia”.
Chissà cosa
avrà pensato su questo il cancelliere Merz
che (pur applaudendo in platea come da esigenze di copione) ha impostato
proprio con Pechino una collaborazione industriale sempre più stretta.
Per Draghi
serve “più capacità di decisione politica” (centralizzata) ma poi si ferma qui,
senza indicare ricette o soluzioni né sottolinea come ad oggi il “potere”
centrale europeo sia tutto indiretto, burocratico, senza la partecipazione o la
scelta diretta dei cittadini.
Quindi
mercato unico spinto, contributi centralizzati per gli investimenti, difesa
europea potenziata, basta a sostegni economici statali alle proprie aziende
nazionali perché danneggiano la libera concorrenza europea (povere industrie
italiane che pagano di più l’energia, ritorniamo al punto di partenza), insomma
“Federalismo pragmatico” (concetto che però resta nebuloso, ed anzi appare in
netta contraddizione con gran parte del suo discorso vista la volontà di
accentrare le decisioni) per permettere – esortazione finale - “ai paesi che
vogliono avanzare di farlo”.
Non un
accenno, neppure minimo, ad un’Europa che abbia anche degli altri valori fuori
da quelli economici, nessuna apertura ad est, nessun accenno allo stato sociale
ed ai problemi quotidiani della gente. Grandi applausi dei banchieri in
sala, ma i cittadini europei – quei pochi che comprendono questi discorsi – non
sono stati mai né citati né interpellati: per Draghi evidentemente non contano
molto, anzi, non entrano nemmeno in partita.
LA BUONA NOTIZIA
Sul
“Corriere” ho letto una lunga, divertente e simpatica intervista a Marco Amleto Belelli, in
arte il Mago Otelma.
Tra le varie stravaganze sostiene di essere stato l’unico a prevedere la
vittoria di Trump, della Meloni, la diffusione del Covid e la vittoria del “no”
al referendum sulla Giustizia. Allora mi sono un po' sentito il “Mago Otelma
2”…
BUONA SETTIMANA A TUTTI Marco Zacchera



Sono nato a Verbania, sul Lago Maggiore, in una famiglia che da secoli ha le sue radici all’Isola dei Pescatori che è quindi da sempre la mia prima piccola patria.
Quando dopo qualche anno di università la Patria si è ricordata di me - allora la naja era obbligatoria – anziché mandarmi tra i paracadutisti - come speravo- mi ha spedito a Pontebba (Udine), a fare l’artigliere da montagna con il mulo al seguito. Pazienza, da allora ho portato la penna sul cappello (e sono con piacere socio dell’ANA) anziché il basco amaranto.
Quasi alla fine del servizio militare (ed era la prima volta che andavo a votare) mi sono candidato al consiglio comunale della mia città, mi hanno subito eletto e di lì ho cominciato la carriera, cresciuta – è il caso di dire – dalla gavetta: dal comune alla provincia, al consiglio regionale del Piemonte nel 1990. In quegli anni essere di Destra significava lavorare seriamente ma essere emarginati, ritrovandosi spesso da soli in un ruolo di dura quanto difficile opposizione, ma è proprio in quel periodo che ho maturato esperienza e rafforzato le mie scelte per costruire una politica che - allora come oggi - intendevo e intendo trasparente, impegnata e concreta. Amavo ed amo stare in mezzo alle persone, discutere con loro, vivere i loro problemi.
Nel ’94 la mia prima candidatura al Parlamento sostenuta e vinta con l'aiuto di oltre 110.000 piemontesi che mi hanno voluto a Montecitorio, unico eletto di Alleanza Nazionale in tutta la circoscrizione del Piemonte 2. La mia circoscrizione elettorale era composta da ben 7 province ma non ho mai mancato ad un appuntamento, ad un incontro.
Subito dopo l’elezione alla Camera Gianfranco Fini mi ha chiamato ad impegnarmi come dirigente nazionale di partito e sono stato così l’ultimo responsabile del dipartimento Organizzazione del MSI-DN prima della fondazione di Alleanza Nazionale e vi ricordate forse il famoso congresso a Fiuggi – quando è stata fondata AN - che ho organizzato proprio io come segretario generale del congresso.
Mi hanno poi rieletto alla Camera nel 1996 e nel 2001 nel collegio uninominale di Verbania-Domodossola, dove AN e la allora "Casa delle Libertà" hanno quasi sempre conquistato la più alta percentuale regionale. Sono stati gli anni più belli perchè con l'elezione diretta a deputato ero in rapporto diretto con i miei elettori che cercavo quindi di rappresentare bene ogni giorno.
Il mio collegio elettorale era terra di montagna e di laghi, ma non c'è un paese, una frazione e forse anche solo un gruppo di case dove io non sia passato, magari organizzando anche un incontro, un dibattito, una conferenza stando vicino ai problemi della "mia" gente soprattutto quando vi erano momenti di maggiore difficoltà. Organizzavo i miei "Rapporto agli elettori" nelle piazze o nelle palestre, nei saloni dei ristoranti o in quelli parrocchiali e cercavo sempre soprattutto di spiegare con parole semplici cosa succedeva a Roma e perché tante cose non si riuscivano a risolvere, così come per anni ed anni alla TV locale ogni settimana la mia rubrica "Onorevole, permette?" era aperta a tutti.
In quegli anni ho diretto l dipartimento Enti Locali di AN e, dal 2002, sono stato - fino alla fine della storia di Alleanza Nazionale - il responsabile del dipartimento Esteri in contatto (anche perché facevo parte della Commissione Esteri) non solo con moltissime figure politiche mondiali ma soprattutto con gli italiani che vivono nel mondo.
Dal 2001 fino al 2012 sono stato componente e anche presidente per cinque anni della delegazione Italiana alla UEO (Unione Europea Occidentale) che si occupava di difesa e sicurezza europea e sono stato membro del Consiglio d’Europa a Strasburgo.
Nel 2005 mi sono nuovamente laureato, questa volta in "Storia delle Civiltà" e sempre a pieni voti con una tesi sui rapporti nel campo della sicurezza tra Unione Europea ed USA dopo gli attentati dell’11 settembre 2001. Nel 2006 e nel 2008 sono stato rieletto deputato per un totale di cinque legislature e 18 anni passati a Montecitorio.
Leggendo qualcuno penserà ad esagerazioni ed invece no: lavorando seriamente si può fare tutto questo senza molti problemi (senza autista o auto blu!) e sono sempre rimasto stupito come nelle statistiche risultassi uno dei deputati più attivi per interventi o iniziative parlamentari perché davvero non mi sembrava di esagerare, ma solo – appunto – di impegnarmi seriamente visto d'altronde lo stipendio che ci davano e che imponeva impegno e responsabilità.
Come ho scritto in uno dei miei libri, "STAFFETTE", che ho dedicato ai giovani di oggi (e che vi invito a leggere perché racconta un po’ tutto di me e della politica di questi anni) non ho mai amato l’apparato del potere, i lussi inutili, gli sprechi di quel mondo falso e senza onore che sta da tempo distruggendo l’anima della gente e la natura intorno a noi. Concetti che riprendo anche in "INVERNA", un nuovo titolo uscito nell’autunno 2012.
Nella mia vita ho avuto la fortuna di viaggiare (per ora) in 139 paesi del mondo ma una svolta importante nella mia vita è venuta nel 1980 quando ho iniziato a lavorare in Africa sul Lago Turkana, in un villaggio di poveri pescatori insegnando loro a pescare. Da allora mi sono reso conto che i problemi non sono mai solo personali, ma anche di tutta l’umanità e che dobbiamo essere comunque grati e contenti verso il "Grande Capo" per tutto quello che abbiamo e che troppe volte diamo per scontato.
Per dare una risposta concreta ho così fondato i VERBANIA CENTER che operano dal Kenya al Mozambico, dal Burundi al Sud America e che oggi sono organizzati in un "Fondo" all'interno della Fondazione Comunitaria del VCO. In oltre 40 anni abbiamo realizzato più di 100 iniziative di sviluppo sociale ed investito oltre 700.000 euro.
Dal Darfur all’Afghanistan, dal Burundi a Timor Est, dal Corno d’Africa al conflitto Mediorientale ho anche visto e vissuto direttamente anche i drammi di tante guerre dimenticate,così come la realtà di tantissimi italiani all’estero che meriterebbero ben più attenzione e rispetto e che invece troppe volte in patria non sono assolutamente considerati.
Credo che si debba essere sempre delle persone semplici: il titolo di onorevole o quello di commendatore non mi sono mai piaciuti, non per niente i miei genitori mi hanno chiamato Marco, il che suona molto meglio e se non mi conoscete di persona ed avrete occasione di contattarmi per favore chiamatemi così.
Qualcuno dice che sono stato un deputato e un politico anomalo... non so, io so soltanto che di dentro mi sento davvero sempre il ragazzo di una volta, quello che parlava al megafono tra le urla (o peggio) nelle assemblee studentesche oppure che prendeva la parola solo contro tutti in consiglio comunale e vorrei ancora essere capace di cambiare sul serio, in meglio, questa Italia che amo e la nostra società dove ci sono ancora tante, troppe ingiustizie.
Anno dopo anno, però, ho scoperto che non sono le ideologie a fare le differenze, ma la qualità delle persone e ne ho trovate di valide e corrette in ogni formazione politica.
E' stata una grande avventura, un onore ed un orgoglio e nel 2012 - anche se avrei potuto rinviare questa scelta - ho anche volontariamente lasciato Montecitorio per svolgere questo incarico a tempo pieno. Per quattro anni ho dato tutto me stesso per la mia città, senza orari né limiti, cercando (gratis) di aiutare e di ascoltare sempre tutti con il massimo impegno possibile. Certo non ho mai fatto discriminazioni di alcun tipo e mi spiace che a volte qualche avversario (ma soprattutto qualche collega di centro-destra) non abbia capito che amministrare una città significa andare ben al di sopra delle opinioni politiche.
Nel 2013 ho scelto di dimettermi da sindaco perchè la mia maggioranza (come il centro-destra a livello nazionale) si era divisa, ma soprattutto sono stato spinto a farlo – e ne ho poi avuto conferma dalle indagini giudiziarie – perché alcune persone a me vicine avevano tramato contro di me diffondendo maldicenze e assurdità: una pagina brutta, una grande sofferenza e delusione che mi ha ferito profondamente.
La “Giustizia” degli uomini mi ha dato completamente ragione ma mi è rimasto il peso di essere stato costretto a lasciare un incarico al quale tenevo, dove ci mettevo il cuore senza risparmiarmi. Ci tenevo perché mi avevano eletto quei miei concittadini che, a larga maggioranza, mi conoscevano di persona e avevano avuto fiducia in me , passano gli anni ma e' una ferita che non si e' rimarginata.
Ho così concluso la mia carriera elettiva ma ho continuato nei miei impegni perché ci sono infinite cose da fare.