|
il PUNTO n. 1057 del 21 agosto 2026 di MARCO
ZACCHERA Per
scrivermi o contattarmi: marco.zacchera@libero.it Numeri
arretrati sul mio sito www.marcozacchera.it Ricordo che
“Il Punto” non va in vacanza ma - come ogni anno - da luglio fino alla fine di
settembre rallenta le sue uscite a ogni quindici giorni. Il prossimo numero
sarà quindi pubblicato – salvo avvenimenti eccezionali – intorno al 4
settembre. IL CASO RANUCCI E IL PRODE CAVALIERE Il
paradosso è che l’Italia avrebbe davvero un grande bisogno di un giornalismo
d’inchiesta rigoroso, super-partes e che sappia andare in fondo alle questioni
più scabrose affrontandole a 360° e denunciando senza timore corruzione e
favoritismi. Un
giornalismo che deve essere però veramente indipendente, perché se poi
salta fuori che il coraggioso
cavaliere dalla bianca armatura è invece qualcuno che mira al
potere, vuole fare carriera politica, si tiene come amici personaggi
squalificati e pericolosi come Valter
Lavitola a cui racconta delle inchieste future (che così
rischiano di diventare materia di ricatto) e soprattutto sceglie cosa o meno
mandare in onda, allora la sua armatura si incrina e perde ogni credibilità
come già avvenuto per diverse sue improvvide dichiarazioni evidentemente
preconcette ed inventate di sana pianta (vedi il “Caso Minetti”). A quel punto
il “prode cavaliere” della verità diventa un pupazzo, guarda caso coccolato
soltanto a sinistra e con lui perdono di credibilità anche quelli che lo
avevano osannato in modo esagerato, come i Signori Magistrati dell’ANM in tempi
di referendum. Se adesso
Ranucci ci verrà ancora a raccontare – sempre ben pagato dalla RAI
pubblica - di pulizia e scandali, quanto sarà ancora credibile? LA STRADA DIFFICILE DELLA MELONI A parte la
riforma elettorale, se Giorgia
Meloni vorrà vincere le prossime elezioni deve risolvere il
caso Vannacci
e usare al meglio la prossima legge finanziaria. Sarebbe
stato importante rientrare già da quest’anno dalla procedura di infrazione
europea, come era nelle speranze fino a primavera (in 4 anni il deficit è comunque passato
dal 7,1 al 3,1%) ma quel decimale di sforamento (che era poi lo
0,03%) ha bloccato tutto il processo che avrebbe permesso già da quest’anno
spazi di manovra per un buon taglio delle imposte, ritocchi pensionistici e
magari per creare un maxi-fondo per le spese sociali. Qualcuno
sostiene che lo sgambetto sia stato fatto apposta con pugnalate nascoste a
livello romano ed europeo, certo che ora la coperta è corta, anche se la
sinistra è così sciocca da parlare solo di patrimoniale e tasse di successione. Di fatto ci
sono da spendere in più solo i risparmi sugli interessi dei titoli di stato
(l’Italia è più credibile di prima sui mercati internazionali e lo spread più
favorevole) ma bisogna pur arrivare a un taglio delle imposte per il ceto medio
e continuare a limare le accise sui carburanti in attesa di tempi petroliferi
migliori. Si potrebbe
doverosamente chiedere un surplus di tassazione sui (vergognosi) extraprofitti
di banche, finanziarie e imprese petrolifere per le quali il ’26 sarà un anno
di grazia, ma sapendo già che qualcuno (Forza Italia?) cercherà di mettersi di
traverso. Alla fine
una ricetta alternativa sarebbe anche quella di parlar chiaro direttamente agli
italiani spiegando gli stretti vincoli europei, l’ingiustizia dei maggiori
costi energetici che subiamo ma di cui non siamo responsabili e sul fatto che –
per esempio – il governo non può (proprio per la legge europea sulla
concorrenza) bloccare i prezzi dei carburanti. Se poi
l’Europa protesta si giochi allora pesante con il contro-ricatto delle spese
militari, perché in fondo è assurdo chiedere a un paese di non spendere per i
suoi cittadini e poi spingerlo a fare nuovo deficit solo per gli armamenti che
non entrano nel plafond. La Meloni lo ha già detto, ma il non ricorrere – o
farlo in misura minima – ai fondi SAFE per la difesa sarebbero un segnale
importante, così come un alleggerimento degli aiuti all’Ucraina, invisi ormai a
buona parte degli elettori e l’evidenza della crescita della corruzione (che su
IL PUNTO denuncio da sempre). E’ comunque
una strada stretta, con la Meloni che rischia di inciampare proprio sul
traguardo dopo aver condotto in testa gran parte della gara. COME PERDERE ANCORA A MILANO Intanto sembra
proprio che il centro-destra abbia tutta l’intenzione di farsi male da solo nel
poco tempo che ci separa dalle elezioni politiche e amministrative. Sull’ultimo
“Punto” sostenevo come solo prendendo posizioni più nette, la Meloni potrebbe
provare a recuperare – almeno in parte – l’emorragia di voti verso Vannacci, ma
già al primo passo tutte le parti in causa insistono a partire con il piede
sbagliato. A Milano,
per esempio, per vincere servirebbe un buon candidato unico – dai moderati a
Futuro Nazionale - visto che alle comunali la partita si gioca sul filo del 50%
e serve un candidato che vinca al ballottaggio raccogliendo il massimo delle
preferenze. Le regole
della politica non scritta insegnano però che, quando è disponibile un buon
candidato, non lo si “brucia” in un lampo, ma lo si costruisce in silenzio,
raccogliendo prima un pre-placet degli alleati, per poi buttarne il nome in
piazza, presentandolo insieme e non certo calandolo dall’alto. Alla
Versiliana di Viareggio il generale Vannacci, invece, ha già comunicato “urbi
et orbi” che il suo candidato a sindaco per Milano ce l’ha già, ovvero il
generale di corpo d’armata dei Carabinieri Carmelo Burgio, curriculum impeccabile e
sicuramente persona capace. Il problema
è però che questo annuncio ferragostiano è stato un metodo sicuro per
bruciarlo, perché – proprio a seguito di quanto confermato nei giorni scorsi
dai partiti di governo – è impensabile che, al di là del valore della persona,
questi si facciano imporre “a freddo” (nonostante il caldo), a otto mesi dalle
elezioni un pur credibile candidato “vannacciano” senza neanche discuterlo. Comunque
vada, prenderà un bel po’ di voti, ma - andando divisi – a Milano vincerà di
nuovo la sinistra. Quindi la
granata fatta esplodere da Vannacci ha azzoppato Burgio e probabilmente ferito
a morte chi avrebbe potuto aiutarlo, visto che è esplosa nella trincea vicina e
non in quella avversaria, dove avrebbe invece potuto fare seri danni e dove –
ovviamente – sono tutti contenti. Non sta a
me dire se Burgio (con una buona squadra) sarà o sarebbe stato un buon sindaco;
dico che – a cominciare da Vannacci – tutto il centrodestra non ha ancora
capito che è assurda una politica dove si presenta e si distrugge il candidato
altrui se non si è sicuri di dove si andrà a parare, soprattutto se il
centro-destra il candidato (per ora) non lo trova dopo una serie di sconfitte
che a Milano sono state imbarazzanti. Ci è
rimasto male anche Luca
Bernardo, che – passato anche lui alla corte di Vannacci –
aveva fatto un pensierino alla sua ricandidatura. Chi è mai il sig. Luca
Bernardo? Alzi la mano chi se lo ricorda: era il candidato sindaco del
centrodestra alle ultime elezioni, un Carneade
– non ne abbia a male l’ex candidato – di cui non si ricorda più nessuno, a
dimostrazione di quanto volatile fosse la sua candidatura. IL CASO TOTI La notizia
è scivolata via tra quelle minori, ma il giudice del tribunale di Genova,
Giorgio Morando, accogliendo le richieste della stessa procura genovese, ha
archiviato le posizioni degli imprenditori presunti corruttori dell’ex
presidente della regione Liguria, Giovanni
Toti. L’allora
governatore ligure – dopo una lunga ed estenuante detenzione preventiva, da
molti interpretata come vera e propria coercizione ad ammettere le sue
responsabilità – aveva patteggiato a fine 2024 con 1.650 ore
di lavori socialmente utili la chiusura dell’inchiesta a suo carico per una
presunta serie di episodi di corruzione e finanziamenti illeciti per il suo
movimento politico “Cambiamo”. Inizialmente Toti era stato anche accusato di
corruzione elettorale, ipotesi di reato poi decaduta. In pratica
Toti era stato accusato dalla procura di aver preso delle decisioni strategiche
in regione per favorire alcuni imprenditori e poterne così poi averne un futuro
beneficio elettorale. Già cadute a suo tempo le accuse a Toti di aver usato
metodi mafiosi, il patteggiamento chiuse il procedimento a suo carico rimasto
però aperto a carico degli imprenditori che l’avrebbero dovuto corrompere, ma
che però ora ne escono prosciolti. A lume di
logica se i “corruttori” non hanno avuto responsabilità, non si capisce quali
fossero le azioni corruttive e quindi forse Toti fece male a patteggiare e a
non andare a processo, ma è comprensibile che – dimessosi dalla presidenza
della regione – non volesse più aver nulla a che fare con la politica, indagini
e magistrati. Chiuso il
caso penale resta però aperto quello politico, perché non c’è dubbio che quelle
dimissioni di fatto imposte dalla procura portarono ad un terremoto
istituzionale che ancora oggi produce effetti e potrebbe averne anche maggiori
in futuro. La caduta
di Toti portò infatti ad un turno elettorale anticipato in Regione Liguria per
la conseguente decadenza dell’intero consiglio regionale, elezioni che il
centro-destra vinse poi di misura schierando come candidato a presidente
l’attuale governatore Marco
Bucci, già sindaco di Genova che batté l’ex ministro PD Andrea Orlando. Ma il
passaggio di Bucci in regione comportò nuove elezioni nel capoluogo ligure con
la vittoria l’anno scorso di Silvia
Salis, una ex atleta sostenuta dalla sinistra. Un volto
nuovo per la politica e che oggi – in una possibile intesa elettorale del
“campo largo” e soprattutto se continueranno le liti quotidiane tra la Schlein e Conte - potrebbe vedere
proprio la Salis come candidata a premier dell’intero centro-sinistra. Se il
futuro non è una certezza, resta però aperta almeno una riflessione politica
sulla vicenda Toti che per mesi fu al centro di un dibattito rovente proprio
sulle interferenze e le pressioni della magistratura sulla politica in una
serie di indagini molto controverse. Questo, anche perché i finanziamenti
ricevuti da Toti erano stati regolarmente registrati e quindi le accuse della
procura erano soprattutto legate a possibili futuri favori “preventivi” che
però le indagini non hanno provato, né si sono realizzati. Alla fine
l’inchiesta della procura genovese è stata tutta politica, come volevasi
dimostrare. VERBANIA: LUNGOLAGO RAMELLI Non si
placano a Verbania le polemiche da parte della sinistra perché
l’Amministrazione comunale ha deciso di intitolare un tratto del lungolago a Sergio Ramelli, il
ragazzo di destra ammazzato a Milano a sprangate nel 1975 da attivisti di
“Avanguardia Operaia” e morto dopo 47 giorni di agonia. L’ANPI
tuona alla provocazione, altri – come il PD - chiedono che “le scelte di
intitolazione siano sempre condivise, altrimenti sono divisive” (divisivo
ricordare un giovane ammazzato solo perché non di sinistra ?!). Ai tanti
che si stracciano le vesti ricordo che basta fare un giro in città per vedere
come a Verbania ci sia da sempre il “monopolio del ricordo”. Oltre che
scuole, parchi, sale, palazzi possiamo scegliere tra singole vie e piazze
rispettivamente intitolate per esempio alla Brigata partigiana Cesare Battisti,
Brigata partigiana Valgrande Martire, Largo Caduti nei lager Nazisti, Via
Fratelli Cervi, Via XXV Aprile, Via dei Partigiani, Via della Resistenza, Via
Martiri (partigiani) di Pogallo, Via Martiri partigiani di Unchio, Piazza
Martiri di Trarego, Via 42 Martiri ecc. Seguono tutta un’altra lunga serie di
vie, piazze e sale, saloni e palazzi intitolati a singoli partigiani e
partigiane (con nome e cognome) o loro comandanti dalle scuole Peron a Piazza
Flaim. A seguire non manca il “lotto” dei personaggi antifascisti: Piazza
Gramsci, Piazza Matteotti, Piazza Don Minzoni ecc. Non voglio
mancare di rispetto a nessuno, ma forse è una ridondanza che rischia di
trasformare sempre tutto in retorica, visto che tanti verbanesi sono morti
anche “dalla parte sbagliata” e non li ricorda mai nessuno. Eppure mi vengono
in mente persone – come l’avv. Ernesto
Pirola, sindaco di Pallanza durante la prima guerra mondiale e
poi podestà durante la seconda - che un pubblico ricordo forse lo avrebbe
meritato. Perfino il
primo sindaco di Verbania nel dopoguerra, Vincenzo Adreani, si dimise per protestare
contro la sua ingiusta detenzione dopo il 25 aprile. (tutta la storia su IL
PUNTO n. 298 del 21.11.2009, mai smentita). Per “par
condicio” segnalo che c’è però un’eccezione che mi ha sempre stupito: nella
periferia di Verbania Suna ha resistito alle epurazioni infatti una “Via
Balilla”. Dimenticanza
o memoria dello storico ragazzo genovese? Statemi
bene… e buon tutto,
Marco
Zacchera ps. mi fate un favore? SE QUESTA NEWSLETTER VI PIACE, MANDATEMI NUOVI INDIRIZZI A CUI INVIARE IL PUNTO. GRAZIE ! |



Sono nato a Verbania, sul Lago Maggiore, in una famiglia che da secoli ha le sue radici all’Isola dei Pescatori che è quindi da sempre la mia prima piccola patria.
Quando dopo qualche anno di università la Patria si è ricordata di me - allora la naja era obbligatoria – anziché mandarmi tra i paracadutisti - come speravo- mi ha spedito a Pontebba (Udine), a fare l’artigliere da montagna con il mulo al seguito. Pazienza, da allora ho portato la penna sul cappello (e sono con piacere socio dell’ANA) anziché il basco amaranto.
Quasi alla fine del servizio militare (ed era la prima volta che andavo a votare) mi sono candidato al consiglio comunale della mia città, mi hanno subito eletto e di lì ho cominciato la carriera, cresciuta – è il caso di dire – dalla gavetta: dal comune alla provincia, al consiglio regionale del Piemonte nel 1990. In quegli anni essere di Destra significava lavorare seriamente ma essere emarginati, ritrovandosi spesso da soli in un ruolo di dura quanto difficile opposizione, ma è proprio in quel periodo che ho maturato esperienza e rafforzato le mie scelte per costruire una politica che - allora come oggi - intendevo e intendo trasparente, impegnata e concreta. Amavo ed amo stare in mezzo alle persone, discutere con loro, vivere i loro problemi.
Nel ’94 la mia prima candidatura al Parlamento sostenuta e vinta con l'aiuto di oltre 110.000 piemontesi che mi hanno voluto a Montecitorio, unico eletto di Alleanza Nazionale in tutta la circoscrizione del Piemonte 2. La mia circoscrizione elettorale era composta da ben 7 province ma non ho mai mancato ad un appuntamento, ad un incontro.
Subito dopo l’elezione alla Camera Gianfranco Fini mi ha chiamato ad impegnarmi come dirigente nazionale di partito e sono stato così l’ultimo responsabile del dipartimento Organizzazione del MSI-DN prima della fondazione di Alleanza Nazionale e vi ricordate forse il famoso congresso a Fiuggi – quando è stata fondata AN - che ho organizzato proprio io come segretario generale del congresso.
Mi hanno poi rieletto alla Camera nel 1996 e nel 2001 nel collegio uninominale di Verbania-Domodossola, dove AN e la allora "Casa delle Libertà" hanno quasi sempre conquistato la più alta percentuale regionale. Sono stati gli anni più belli perchè con l'elezione diretta a deputato ero in rapporto diretto con i miei elettori che cercavo quindi di rappresentare bene ogni giorno.
Il mio collegio elettorale era terra di montagna e di laghi, ma non c'è un paese, una frazione e forse anche solo un gruppo di case dove io non sia passato, magari organizzando anche un incontro, un dibattito, una conferenza stando vicino ai problemi della "mia" gente soprattutto quando vi erano momenti di maggiore difficoltà. Organizzavo i miei "Rapporto agli elettori" nelle piazze o nelle palestre, nei saloni dei ristoranti o in quelli parrocchiali e cercavo sempre soprattutto di spiegare con parole semplici cosa succedeva a Roma e perché tante cose non si riuscivano a risolvere, così come per anni ed anni alla TV locale ogni settimana la mia rubrica "Onorevole, permette?" era aperta a tutti.
In quegli anni ho diretto l dipartimento Enti Locali di AN e, dal 2002, sono stato - fino alla fine della storia di Alleanza Nazionale - il responsabile del dipartimento Esteri in contatto (anche perché facevo parte della Commissione Esteri) non solo con moltissime figure politiche mondiali ma soprattutto con gli italiani che vivono nel mondo.
Dal 2001 fino al 2012 sono stato componente e anche presidente per cinque anni della delegazione Italiana alla UEO (Unione Europea Occidentale) che si occupava di difesa e sicurezza europea e sono stato membro del Consiglio d’Europa a Strasburgo.
Nel 2005 mi sono nuovamente laureato, questa volta in "Storia delle Civiltà" e sempre a pieni voti con una tesi sui rapporti nel campo della sicurezza tra Unione Europea ed USA dopo gli attentati dell’11 settembre 2001. Nel 2006 e nel 2008 sono stato rieletto deputato per un totale di cinque legislature e 18 anni passati a Montecitorio.
Leggendo qualcuno penserà ad esagerazioni ed invece no: lavorando seriamente si può fare tutto questo senza molti problemi (senza autista o auto blu!) e sono sempre rimasto stupito come nelle statistiche risultassi uno dei deputati più attivi per interventi o iniziative parlamentari perché davvero non mi sembrava di esagerare, ma solo – appunto – di impegnarmi seriamente visto d'altronde lo stipendio che ci davano e che imponeva impegno e responsabilità.
Come ho scritto in uno dei miei libri, "STAFFETTE", che ho dedicato ai giovani di oggi (e che vi invito a leggere perché racconta un po’ tutto di me e della politica di questi anni) non ho mai amato l’apparato del potere, i lussi inutili, gli sprechi di quel mondo falso e senza onore che sta da tempo distruggendo l’anima della gente e la natura intorno a noi. Concetti che riprendo anche in "INVERNA", un nuovo titolo uscito nell’autunno 2012.
Nella mia vita ho avuto la fortuna di viaggiare (per ora) in 139 paesi del mondo ma una svolta importante nella mia vita è venuta nel 1980 quando ho iniziato a lavorare in Africa sul Lago Turkana, in un villaggio di poveri pescatori insegnando loro a pescare. Da allora mi sono reso conto che i problemi non sono mai solo personali, ma anche di tutta l’umanità e che dobbiamo essere comunque grati e contenti verso il "Grande Capo" per tutto quello che abbiamo e che troppe volte diamo per scontato.
Per dare una risposta concreta ho così fondato i VERBANIA CENTER che operano dal Kenya al Mozambico, dal Burundi al Sud America e che oggi sono organizzati in un "Fondo" all'interno della Fondazione Comunitaria del VCO. In oltre 40 anni abbiamo realizzato più di 100 iniziative di sviluppo sociale ed investito oltre 700.000 euro.
Dal Darfur all’Afghanistan, dal Burundi a Timor Est, dal Corno d’Africa al conflitto Mediorientale ho anche visto e vissuto direttamente anche i drammi di tante guerre dimenticate,così come la realtà di tantissimi italiani all’estero che meriterebbero ben più attenzione e rispetto e che invece troppe volte in patria non sono assolutamente considerati.
Credo che si debba essere sempre delle persone semplici: il titolo di onorevole o quello di commendatore non mi sono mai piaciuti, non per niente i miei genitori mi hanno chiamato Marco, il che suona molto meglio e se non mi conoscete di persona ed avrete occasione di contattarmi per favore chiamatemi così.
Qualcuno dice che sono stato un deputato e un politico anomalo... non so, io so soltanto che di dentro mi sento davvero sempre il ragazzo di una volta, quello che parlava al megafono tra le urla (o peggio) nelle assemblee studentesche oppure che prendeva la parola solo contro tutti in consiglio comunale e vorrei ancora essere capace di cambiare sul serio, in meglio, questa Italia che amo e la nostra società dove ci sono ancora tante, troppe ingiustizie.
Anno dopo anno, però, ho scoperto che non sono le ideologie a fare le differenze, ma la qualità delle persone e ne ho trovate di valide e corrette in ogni formazione politica.
E' stata una grande avventura, un onore ed un orgoglio e nel 2012 - anche se avrei potuto rinviare questa scelta - ho anche volontariamente lasciato Montecitorio per svolgere questo incarico a tempo pieno. Per quattro anni ho dato tutto me stesso per la mia città, senza orari né limiti, cercando (gratis) di aiutare e di ascoltare sempre tutti con il massimo impegno possibile. Certo non ho mai fatto discriminazioni di alcun tipo e mi spiace che a volte qualche avversario (ma soprattutto qualche collega di centro-destra) non abbia capito che amministrare una città significa andare ben al di sopra delle opinioni politiche.
Nel 2013 ho scelto di dimettermi da sindaco perchè la mia maggioranza (come il centro-destra a livello nazionale) si era divisa, ma soprattutto sono stato spinto a farlo – e ne ho poi avuto conferma dalle indagini giudiziarie – perché alcune persone a me vicine avevano tramato contro di me diffondendo maldicenze e assurdità: una pagina brutta, una grande sofferenza e delusione che mi ha ferito profondamente.
La “Giustizia” degli uomini mi ha dato completamente ragione ma mi è rimasto il peso di essere stato costretto a lasciare un incarico al quale tenevo, dove ci mettevo il cuore senza risparmiarmi. Ci tenevo perché mi avevano eletto quei miei concittadini che, a larga maggioranza, mi conoscevano di persona e avevano avuto fiducia in me , passano gli anni ma e' una ferita che non si e' rimarginata.
Ho così concluso la mia carriera elettiva ma ho continuato nei miei impegni perché ci sono infinite cose da fare.